giovedì 18 novembre 2010

Ora degli pugni ben assestati

Una delle cose che ama, è quando la sera gira le chiavi nella porta di casa, e piano si immerge nel silenzio. Casa, che dolce suono di silenzio. Fa bene attenzione a lasciare i problemi, la rabbia, la frustrazione e lo stress fuori dalla porta, e poi entra nella sua casa addormentata, dove ha lasciato, quella mattina, la pace e la felicità. Si toglie la sciarpa dal collo, ed il giubbotto, e poi si mette a slacciare le scarpe, prima una, poi l'altra, e libera i piedi. Scivola, nel sacro silenzio, fino alla camera da letto spegnendo le luci dietro di se, ed entra nel pigiama, toglie l'elastico dai capelli, che liberi le scendono sulle spalle, poggia gli occhiali, sul comodino, e si toglie le calze, prima una, poi l'altra, e scivola sotto le coperte, fredde. E poi il momento sublime quando al buio, con un pensiero dolce per la testa, si addormenta.

giovedì 11 novembre 2010

Ora delle parole grosse

E' passato tanto tempo
dalla vera consistenza delle tue parole
dal gusto dolciastro della tua presenza
dal tanfo di amore malato che lasciavi
nella mia bocca
ogni volta che poi, sparivi.
Ci incontreremo, alla fine, un giorno.
Ci incontreremo e mi riconoscerai
ci incontreremo e ti riconoscerò.
Vivo è il bruciore del disinfettante sulle ferite
che adesso, guariranno,
lo faranno una volta per sempre.
E' passato tanto tempo
siamo passati noi.
Il tuo ricordo non è più motivo di sofferenza
ma un modo per dire a me stessa che,
ora che sto bene con il presente,
forse è giunto il tempo di fare i conti con il passato.

Ci incontreremo, alla fine, un giorno.
Ci incontreremo e mi riconoscerai
ci incontreremo e ti riconoscerò.
e quando
il tempo
sarà,
sorridimi
e abbracciami.

venerdì 5 novembre 2010

Ora dei quindi e dei vaffanculi

E poi nulla, si sa, la fetta di pane imburrata atterra sul pavimento sempre dalla parte sbagliata. Che cosa ti aspettavi mica? Che i tuoi sforzi giungessero, come tu avevi ben previsto, intatti, perfetti, appagati, alla tua bocca? Non sia mai, pretendi troppo. Pretendi troppo perfino dalla fetta di pane imburrata con così tanta cura, che cade sul pavimento inevitabilmente dalla parte sbagliata.
C'è la rabbia, oh sì se c'è la rabbia.
Poi c'è la frustrazione, e non sai quanta frustrazione.
C'è anche, perchè no, un bel pizzico di odio.
Perchè ti viene da mandare all'aria tutto, perchè se cerchi di spiegarglielo, al tutto, che potrebbe anche fare lui qualcosa, ogni tanto, per qualche tua assurda fissazione, non capirebbe mica.
Ma alla fine perchè arrabbiarsi?
Si sa, cara, si sa da sempre, anche i nonni dei tuoi nonni dei tuoi nonni lo sapevano, che la fetta di pane imburrata, atterra sul pavimento sempre dalla parte sbagliata.


martedì 2 novembre 2010

Ora dei campanelli verdi

Resta.
Nient'altro, mi serve, adesso. Resta. Queste pareti tacite acconsentiranno alla tua presenza. Resta. E lascia che il silenzio ci porti via. Resta. Permettimi di non saziarmi mai dell'odore della tua pelle. Resta. Quando non riuscirò più a distinguere il battito del tuo cuore, dal mio. Resta. Stringimi. Mandami in estasi sfiorandomi il collo. Poi dammi le tue mani. Resta. E se devi andare via, fallo insieme alla luna. So bene che non sei di mia proprietà, però ecco, stanotte, potrei farti da usufruttuaria. Resta. Soltanto questo. Soltanto un po'.

giovedì 28 ottobre 2010

Ora dei voli

[Bene, siamo giunti alla quarta donna dello sbagello, ora urge un titolo per una nuova etichetta... si accettano proposte!]

I piedi dalla pelle bruna avanzarono sul legno, e le dolci curve del corpo, e il viso -il viso- ogni cosa faceva di lei una donna bellissima avrebbero detto in molti, ma fu una la parola che uscì dalle bocche dei bianchi americani, con ribrezzo, Messicana. Le labbra carnose, rosse, il naso, gli occhi scuri e i capelli, all'indietro, come un'indiana. Si sedette sullo sgabello, puntò gli occhi verso il basso, e senza alzare mai lo sguardo...
-Oh, Susanna, non piangere per me...
cantava. Con un filo di voce, e muoveva lentamente la testa.
-Cosa mai ne sapete, voi, della polvere del deserto? Cosa mai ne sapete voi, del sangue, e del cadavere di vostra figlia tra le braccia?
tese le mani in avanti, come per mostrare qualcosa, qualcosa che non c'era.
-Ma la morte non è che salvezza. Quando porti una condanna, sulla pelle. Se varcate il confine con il regno della polvere, e non è casa vostra, tornate indietro. C'era una bambina bianca. Aveva le trecce bionde e l'innocenza tra le pieghe delle labbra...
Lente, sul viso, lacrime.
-L'avevano presa due giorni prima ed ora era lì, davanti a me, terrorizzata. C'era anche un'altra bambina. Ma questa aveva la pelle scura, e gli occhi grandi. Ricordo il suo peso nel ventre, mentre scorreva il sangue dentro di lei, sangue... che già non poteva che essere condanna. Ricordo il vecchio, il cui stesso sangue malato mi scorre nel corpo, ricordo il vecchio, pazzo, afferrare la pistola e sparare un colpo, due, verso il corpicino bianco, gridando al cielo di rabbia. Ricordo il corpicino che sussulta e cade a terra. Le mie mani che non sapevano cosa toccare, disperatamente, su quel vestito azzurro macchiato di rosso. E ricordo un altro colpo, partito per sbaglio, e ricordo un altro corpo, che sussulta prima di cadere a terra, e mi guarda, con i suoi occhi grandi, mi guarda. Urlo. La prendo in braccio.
Tra la polvere del deserto c'è una bambina. Che non ha più vita. Ma ditemi se è forse questa, la vita, quando è orrore oltre il confine e squallore nella tua terra. Cosa ne sapete, voi, della polvere del deserto?...
Alza gli occhi, i grandi occhi scuri, che ora guardano, eccome se guardano, puntati in avanti. Con rabbia. Poi d'un tratto, si ripiegano verso il basso.
-Oh, Susanna, non piangere perchè... ho lasciato l'Alabama per restare insieme a te.

domenica 24 ottobre 2010

Ora dei cappelli blu

Questo tuo leggero bacio. Lo sento, velluto, sulla guancia. Guardi le mie calze di lana viola, ben tirate fin sotto il ginocchio, e sorridi e mi abbracci. Guardo i miei piedi, finalmente comodi e caldi, e sento la morbidezza del pigiama di cotone sulla pelle, i capelli disordinati e gli occhi appena struccati. E la tua buonanotte, fratello. Uno sbadiglio. Chiudiamo per bene le persiane e con l'avanzare della tranquillità spegniamo le luci e le voci. Il Sabato ha ancora un momento di piacere da darci, l'ultimo, nell'estremità della notte, dopo la sera e i sorrisi e la gente, la tranquillità. La riscoperta di quegli attimi lenti. Il calore delle calze di lana, e tra un po' delle coperte, che ora sembrano fredde e tremo, perchè il letto è vuoto e il piumone non è ancora caldo. La testa che si spegne nel cuscino e la pace. Un ultimo sforzo, l'interruttore dell'abat-jour. Tac. E la notte che dolce mi prende e questa giornata che finisce. E stiamo bene. E poi basta.

martedì 19 ottobre 2010

Ora degli occhiali rotti

E' che a volte
la cioccolata
da sola,
non basta.