Le illusioni sono come tappezzeria in una casa senza fondamenta. Preveniamole, e se non sono state previste fondamenta (certezze), allora piantiamo i pomodori sul nostro lembo di terra.
P.S. Ero indecisa se mettere come titolo Ora dei piedi per terra e Ora della testa sulle spalle. Ecco perchè.
domenica 10 maggio 2009
sabato 9 maggio 2009
Ora del gatto ghepardato
Mi andava di scrivere una cosa leggera, da Sabato mattina. Quindi niente pensieri profondi.
Un negozio di intimo dai colori fluorescenti, pareti e arredamento verdi fucsia gialli arancio. E una commessa platino. Con tutti questi colori quasi quasi mi vien voglia di divertirmi.
-Vorrei qualcosa di provocante.
Mi squadra e punta i suoi occhi sul mio corpo dalla testa in giù.
-Taglia?
Ecco, sinceramente non lo so. Non l'ho mai saputo di preciso. Alcune volte seconda, alcune volte terza. E non ho mai capito perchè.
- Seconda... terza.
- Seconda o terza?
- Non so. Mi porti la seconda e la terza, perfavore.
-D'accordo.
Se ne viene da dietro la porta fucsia con 5, 6, 7, scatole e mi mostra il contenuto. Ghepardato, tigrato e di pizzo.
Mi mostra il camerino e io mi ci fiondo dentro. Sento l'ombra che si ferma dietro la mia tenda. Mi provo il primo, è una seconda. Di starmi bene mi sta bene, e anche la taglia sembra giusta. L'ombra mi chiede
-Come va?
Se vi state chiedendo se è normale, vi rispondo di no, non è assolutamente normale.
- bene.
L'ombra scosta la tenda e osserva.
- Sì, è decisamente la tua taglia.
-Mi faccia provare anche la terza.
- Come vuoi.
Detto fatto. E c'è da dire che mi sta bene. E la taglia sembra quella giusta. Se vi state chiedendo come sia possibile, vi rispondo che non lo so.
L'ombra scosta la tenda e rimane scandalizzata emettendo un suono imprecisabile
- Aaaaaaaaaah. Ma...ma... non è possibile!
E i suoi occhi si allungavano sempre di più sulle mie tette seconda\terza. Tra i due reggiseni, non avvertivo alcuna differenza. Anche se la differenza della stoffa tra le mani era evidente. Mi guardò come se avesse visto un mostro.
Ho preso la terza, non so perchè. E per tutto il tempo lei ha continuato a fissare la mia faccia e le mie tette, chiedendosi come fosse possibile. Me ne sono andata con la mia busta fluorescente pensando al dilemma che avrebbe tormentato ancora per un po' la povera malcapitata, dilemma con cui ho imparato a convivere.
Sono una seconda\terza. Tutto quì.
Un negozio di intimo dai colori fluorescenti, pareti e arredamento verdi fucsia gialli arancio. E una commessa platino. Con tutti questi colori quasi quasi mi vien voglia di divertirmi.
-Vorrei qualcosa di provocante.
Mi squadra e punta i suoi occhi sul mio corpo dalla testa in giù.
-Taglia?
Ecco, sinceramente non lo so. Non l'ho mai saputo di preciso. Alcune volte seconda, alcune volte terza. E non ho mai capito perchè.
- Seconda... terza.
- Seconda o terza?
- Non so. Mi porti la seconda e la terza, perfavore.
-D'accordo.
Se ne viene da dietro la porta fucsia con 5, 6, 7, scatole e mi mostra il contenuto. Ghepardato, tigrato e di pizzo.
Mi mostra il camerino e io mi ci fiondo dentro. Sento l'ombra che si ferma dietro la mia tenda. Mi provo il primo, è una seconda. Di starmi bene mi sta bene, e anche la taglia sembra giusta. L'ombra mi chiede
-Come va?
Se vi state chiedendo se è normale, vi rispondo di no, non è assolutamente normale.
- bene.
L'ombra scosta la tenda e osserva.
- Sì, è decisamente la tua taglia.
-Mi faccia provare anche la terza.
- Come vuoi.
Detto fatto. E c'è da dire che mi sta bene. E la taglia sembra quella giusta. Se vi state chiedendo come sia possibile, vi rispondo che non lo so.
L'ombra scosta la tenda e rimane scandalizzata emettendo un suono imprecisabile
- Aaaaaaaaaah. Ma...ma... non è possibile!
E i suoi occhi si allungavano sempre di più sulle mie tette seconda\terza. Tra i due reggiseni, non avvertivo alcuna differenza. Anche se la differenza della stoffa tra le mani era evidente. Mi guardò come se avesse visto un mostro.
Ho preso la terza, non so perchè. E per tutto il tempo lei ha continuato a fissare la mia faccia e le mie tette, chiedendosi come fosse possibile. Me ne sono andata con la mia busta fluorescente pensando al dilemma che avrebbe tormentato ancora per un po' la povera malcapitata, dilemma con cui ho imparato a convivere.
Sono una seconda\terza. Tutto quì.
giovedì 7 maggio 2009
Ora dei sussuri nelle orecchie
Sera, buio, luna, aria aperta. Entrambi seduti, l'una con la testa sulle gambe dell'altro.
- Sai, a volte è proprio di questo che ho bisogno.
- Eudè, la luna puoi vederla tutte le sere.
- Non lei, guarda il resto, il buio. Ho spesso voglia di buio.
La mano di lui tra i capelli di lei. Lei la prende e tira un pizzicotto.
- Aiah, Eudè, che ti è preso?
- Lo so che sei un sogno... cosa aspetti a sparire?
- Sai, a volte è proprio di questo che ho bisogno.
- Eudè, la luna puoi vederla tutte le sere.
- Non lei, guarda il resto, il buio. Ho spesso voglia di buio.
La mano di lui tra i capelli di lei. Lei la prende e tira un pizzicotto.
- Aiah, Eudè, che ti è preso?
- Lo so che sei un sogno... cosa aspetti a sparire?
mercoledì 6 maggio 2009
Ora delle vecchie ferite
Magari tu hai passato il pomeriggio sui libri, a destricarti tra Calvino, Svevo e Pavese. Inutile dire che sapevi tutto. E quando dico tutto, intendo tutto. Mattina, la vecchia prof ti chiama. E tu sei pronta. Cominci a pregustarti il sapore della vittoria. Ah, dimenticavo, un piccolo particolare, la prof in quesitione non ti sopporta, pensa che tu non sappia neanche tenere in mano la penna e ti mette sempre e comunque i bastoni tra le ruote.
Tutto liscio. Calvino e Svevo perfetti. Anche Pavese sta andando niente male.
-... e infine muore di suicidio in seguito ad una profonda crisi esistenziale.
- Sì, che tanto lo sappiamo che questi qua sono tutti cretini, insomma ragazzi, dovete capire che non hanno una buona salute mentale, sono tutti così gli scrittori.
Senti dentro di te la rabbia che esplode, che lì l'unica cretina è quella vecchia dietro la cattedra, per te. Ma tu sei educata, non puoi...
- Io non la penso così.
Oh, cazzo. Venti facce che ti osservano come se avessi commesso un'eresia. Tu sei quella che non si è mai ribellata, tu sei quella che si è stata zitta perfino quando le è stato detto "Scrivere? Ma se non sai neanche come si tiene in mano la penna!". E ora che fai?
La sua espressione di sfida. Cominci a parlare di getto, mettendo sulla piazza i tuoi pensieri.
- Io penso che invece gli scrittori siano persone molto sensibili, penso che vedano la vita in modo molto più profondo, anche soffrendo molto di più. Sono persone straordinarie.
Le gambe che ti tremano. Il silenzio, intorno a te.
- Vattene a posto, 6 e mezzo.
Silenzio. Nessuno ne parlerà mai più di quell'interrogazione. E ritorni al tuo banco, un po' scossa, piena di rabbia e frustrazione, nel silenzio generale. Poi, uscita da scuola, cominci a ridere di gusto, senza neanche un perchè.
Tutto liscio. Calvino e Svevo perfetti. Anche Pavese sta andando niente male.
-... e infine muore di suicidio in seguito ad una profonda crisi esistenziale.
- Sì, che tanto lo sappiamo che questi qua sono tutti cretini, insomma ragazzi, dovete capire che non hanno una buona salute mentale, sono tutti così gli scrittori.
Senti dentro di te la rabbia che esplode, che lì l'unica cretina è quella vecchia dietro la cattedra, per te. Ma tu sei educata, non puoi...
- Io non la penso così.
Oh, cazzo. Venti facce che ti osservano come se avessi commesso un'eresia. Tu sei quella che non si è mai ribellata, tu sei quella che si è stata zitta perfino quando le è stato detto "Scrivere? Ma se non sai neanche come si tiene in mano la penna!". E ora che fai?
La sua espressione di sfida. Cominci a parlare di getto, mettendo sulla piazza i tuoi pensieri.
- Io penso che invece gli scrittori siano persone molto sensibili, penso che vedano la vita in modo molto più profondo, anche soffrendo molto di più. Sono persone straordinarie.
Le gambe che ti tremano. Il silenzio, intorno a te.
- Vattene a posto, 6 e mezzo.
Silenzio. Nessuno ne parlerà mai più di quell'interrogazione. E ritorni al tuo banco, un po' scossa, piena di rabbia e frustrazione, nel silenzio generale. Poi, uscita da scuola, cominci a ridere di gusto, senza neanche un perchè.
martedì 5 maggio 2009
Ora delle bruschette paneolioepomodoro
Pomeriggio tardi. Tramonto. Sole in faccia. Sole che rende magico per
sino un paesino sperduto nel Sud, a bagno nel tacco dello stivale. Fa impallidire i muri bianchi delle case e dipinge il suo regno sui toni dell'arancio. la strada impolverata ora è dorata, lì, di fronte a te, e finisce nel sole. Ti volti e osservi la tua lunga ombra seduta. La coppietta seduta al tavolino della gelaterìa che ne ha visti passare di baci così, i bambini seduti sul muretto che gridano e si spingono, le due vecchie che farfugliano da un balconcino all'altro, sedute lì, senza tempo, tutto quello che per anni hai odiato ed amato allo stesso tempo, eccolo lì. L'amico che sbuca all'improvviso e che ti porta a prendere il gelato, e ovunque tu vada, ti conoscono così bene che non hai bisogno di dire niente. Gianduia e vaniglia. Lo sanno già. Due buone chiacchiere e poi una passeggiata fino al lungo mare, che poi mare non ce n'è ma si chiama così. No, non ti stai sbagliando. Sei proprio a casa.
sino un paesino sperduto nel Sud, a bagno nel tacco dello stivale. Fa impallidire i muri bianchi delle case e dipinge il suo regno sui toni dell'arancio. la strada impolverata ora è dorata, lì, di fronte a te, e finisce nel sole. Ti volti e osservi la tua lunga ombra seduta. La coppietta seduta al tavolino della gelaterìa che ne ha visti passare di baci così, i bambini seduti sul muretto che gridano e si spingono, le due vecchie che farfugliano da un balconcino all'altro, sedute lì, senza tempo, tutto quello che per anni hai odiato ed amato allo stesso tempo, eccolo lì. L'amico che sbuca all'improvviso e che ti porta a prendere il gelato, e ovunque tu vada, ti conoscono così bene che non hai bisogno di dire niente. Gianduia e vaniglia. Lo sanno già. Due buone chiacchiere e poi una passeggiata fino al lungo mare, che poi mare non ce n'è ma si chiama così. No, non ti stai sbagliando. Sei proprio a casa.lunedì 4 maggio 2009
Ora del bacio della buonanotte
Come se ti mancasse un pezzo della vita, come se ti fossi perso qualcosa, o come se qualcosa ti fosse stata negata. Dalla Moira, forse. Come se non ti fosse stata concessa la felicità. Ed è buffo, se ti chiami così. Eudaimonìa. Secondo gli antichi greci, l'amore può essere di tre tipi.
Primo tipo, prima parola: Filos. Amicizia.
Seconda parola: Eros. Passione.
Ma lei non ci crede nell'amore, o meglio, non crede nel suo, di amore. Destinata alla solitudine e alla infelicità. Lei non ci crede più, che l'amore esista. E si rifugia nel sogno. Dove tutto è possibile, dove la parola felicità assume un qualche vago significato. Maledetta Moira, Fato, Destino o come vuoi che ti chiami, dal rossetto scarlatto, perchè le neghi tanto?
Il dolore che senti, il pezzo che ti manca, non è altro che voglia di amore.
Terza parola: Eudaimonìa. Felicità.
Primo tipo, prima parola: Filos. Amicizia.
Seconda parola: Eros. Passione.
Ma lei non ci crede nell'amore, o meglio, non crede nel suo, di amore. Destinata alla solitudine e alla infelicità. Lei non ci crede più, che l'amore esista. E si rifugia nel sogno. Dove tutto è possibile, dove la parola felicità assume un qualche vago significato. Maledetta Moira, Fato, Destino o come vuoi che ti chiami, dal rossetto scarlatto, perchè le neghi tanto?
Il dolore che senti, il pezzo che ti manca, non è altro che voglia di amore.
Terza parola: Eudaimonìa. Felicità.
venerdì 1 maggio 2009
Ora dei pasticcini imbottiti di crema
Eccola. Che dire... divertitevi!
Seduta sull'orlo della sua vita, Elvira pensava. Era la prima volta, mesi passati a cancellare una parte della sua vita, che guardava in faccia il suo passato. Una parola: Vento. Perchè Elvira, quando c'era qualcosa che non andava, prendeva il treno e se ne andava. Via, nella stessa direzione del vento. Si lasciava la sua vita alle spalle e ricominciava da zero. Prendeva tutto e partiva, prendendo il primo treno che andasse nella stessa direzione del vento. Il vento era l'unico compagno di viaggio, insieme ad un quadernetto nero, dalle pagine completamente bianche. Erano le sue poesie. Era la sua vita. Bianca. Vuota. Poi un giorno arrivò in un paesino del sud, accompagnata dal Libeccio. Un paesino abbastanza tranquillo, e -come succede sempre nei paesini piccoli- dove tutti sanno tutto di tutti. Ed era ovvio che si cominciò a parlare anche di lei. Ma nessuno sapeva niente di lei, oltre al nome. Elvira non aveva alcun passato, o forse ne aveva troppo. Cominciò a lavorare come segretaria in uno studio medico. Poi, un giorno, successe. Stava pranzando da sola in un piccolo ristorante dall'aria familiare, quando difronte a lei si sedette un lui. Giovane, dall'aria di bravo ragazzo.
- Nessuno sa nulla di te. Volevo farti i complimenti. Sì, insomma... sei la prima di cui non si fa pettegolezzo. E ne sono alquanto contento. Non sopporto le parole vuote di questo paese. E così tu saresti cosa, una donna senza passato, forse?
Elvira guardò lo sconosciuto e successe. Così, di botto, senza preavviso. Si innamorò. In tutti i suoi viaggi, in tutta la vita che le era passata davanti, non le era mai successo. Sì, parlo di amore. La colse di sorpresa.
- Una donna senza passato, sì, è questo che sono.
Continuarono a parlare, anche il giorno dopo, e quello dopo ancora, e ancora, e ancora, e ancora. Poi, una notte, si scoprirono ad amarsi. Così, amarsi semplicemente. Lei aveva paura, paura di tutta quella vita che le si era presentata all'improvviso davanti agli occhi, paura della stabilità, paura dell'equilibrio. E così, passata la notte, partì alle prime luci dell'alba, mentre un filo di luce accarezzava la pelle dell'amato tra le bianche lenzuola. Via, lontano, con la convinzione di dimenticare tutto ancora una volta, semplicemente cancellandolo con una morbida gomma rosa. Ma questa volta era diverso, perchè non ci riusciva. Lui provò infinite volte a chiamarla e fece di tutto per rintracciarla, ma lei, sparita. Come una bolla di sapone sul pavimento.
E ora è la, che pensa. é passato quasi un anno. Eccola là, seduta sull'orlo della sua vita. Guardando il mare che sbatte contro gli scogli e il sole arancio che piano piano affoga. D'improvviso, una mano sulla sua spalla.
Continua qui.
Seduta sull'orlo della sua vita, Elvira pensava. Era la prima volta, mesi passati a cancellare una parte della sua vita, che guardava in faccia il suo passato. Una parola: Vento. Perchè Elvira, quando c'era qualcosa che non andava, prendeva il treno e se ne andava. Via, nella stessa direzione del vento. Si lasciava la sua vita alle spalle e ricominciava da zero. Prendeva tutto e partiva, prendendo il primo treno che andasse nella stessa direzione del vento. Il vento era l'unico compagno di viaggio, insieme ad un quadernetto nero, dalle pagine completamente bianche. Erano le sue poesie. Era la sua vita. Bianca. Vuota. Poi un giorno arrivò in un paesino del sud, accompagnata dal Libeccio. Un paesino abbastanza tranquillo, e -come succede sempre nei paesini piccoli- dove tutti sanno tutto di tutti. Ed era ovvio che si cominciò a parlare anche di lei. Ma nessuno sapeva niente di lei, oltre al nome. Elvira non aveva alcun passato, o forse ne aveva troppo. Cominciò a lavorare come segretaria in uno studio medico. Poi, un giorno, successe. Stava pranzando da sola in un piccolo ristorante dall'aria familiare, quando difronte a lei si sedette un lui. Giovane, dall'aria di bravo ragazzo.
- Nessuno sa nulla di te. Volevo farti i complimenti. Sì, insomma... sei la prima di cui non si fa pettegolezzo. E ne sono alquanto contento. Non sopporto le parole vuote di questo paese. E così tu saresti cosa, una donna senza passato, forse?
Elvira guardò lo sconosciuto e successe. Così, di botto, senza preavviso. Si innamorò. In tutti i suoi viaggi, in tutta la vita che le era passata davanti, non le era mai successo. Sì, parlo di amore. La colse di sorpresa.
- Una donna senza passato, sì, è questo che sono.
Continuarono a parlare, anche il giorno dopo, e quello dopo ancora, e ancora, e ancora, e ancora. Poi, una notte, si scoprirono ad amarsi. Così, amarsi semplicemente. Lei aveva paura, paura di tutta quella vita che le si era presentata all'improvviso davanti agli occhi, paura della stabilità, paura dell'equilibrio. E così, passata la notte, partì alle prime luci dell'alba, mentre un filo di luce accarezzava la pelle dell'amato tra le bianche lenzuola. Via, lontano, con la convinzione di dimenticare tutto ancora una volta, semplicemente cancellandolo con una morbida gomma rosa. Ma questa volta era diverso, perchè non ci riusciva. Lui provò infinite volte a chiamarla e fece di tutto per rintracciarla, ma lei, sparita. Come una bolla di sapone sul pavimento.
E ora è la, che pensa. é passato quasi un anno. Eccola là, seduta sull'orlo della sua vita. Guardando il mare che sbatte contro gli scogli e il sole arancio che piano piano affoga. D'improvviso, una mano sulla sua spalla.
Continua qui.
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