Una panchina. Sembrava dimenticata, così, piantata lì al margine del burrone. Una posizione decisamente assurda, che diavolo ci fa -una panchina- lì? Si vede il margine e nulla più, di quella panchina dietro l'ultima palazzina, il resto è saggiamente nascosto dalla quercia affianco.
Un passo, solo un passo, prima di raggiungere il mistero e svelarlo, lentamente, soltanto quando si alzano gli occhi.
Ecco. Srotolato lì, quel bellissimo pezzetto di California. Meno male che il buon senso non si è estinto del tutto e l'hanno piantata lì, in quella posizione assolutamente perfetta, la panchina!
Due colline, e nel mezzo una strada non asfaltata, dipinta così per non disturbare il paesaggio, le palme, il cielo, e due uomini, lungo la strada, piccoli come formiche, che tagliano quel disegno perfetto. E poi, al tramonto, il sole non poteva che partecipare, stando lì nel mezzo, tra le due colline, e poi scomparire appoggiandosi alla valle. Se qualcuno dice la parola America, è questo che penso. E' questa l'America vera. Sono queste palme, questo cielo e queste colline che hanno un sapore diverso. Perchè questo posto è tutta un'altra cosa. Ha un andamento a parte, e colori luci suoni misure tutti suoi. L'America è grande. Grande. Nient'altro. E' solo grande. E piena di storie. Alcune le racconta la terra, o la polvere del deserto, o i grattaceli e le luci sfavillanti, e per ogni storia di queste, ci vorrebbe una panchina, dimenticata per caso sull'orlo, e qualcuno che alza gli occhi e le vede, le storie, l'America. Perchè l'America non è che grande. Soltanto spaventosamente grande.
[Ebbene, anche se in maniera del tutto confusa, qui si è cominciato a raccontare...]